Non solo Cina e Cuba. Anche vecchio e nuovo continente sono tentati dalla repressione virtuale. Lo dice Freedom House che “salva” solo Brasile e Gran Bretagna.

Di pari passo, è emersa la pratica dei singoli governi di implementare tecniche per controllare le comunicazioni via internet provenienti dall'esterno, affermando così le proprie leggi tramite la loro imposizione all'interno dei confini nazionali. E sempre più tale tendenza va sforando anche nelle democrazie contemporanee, interessando in particolare - anzi, con la scusa di perseguire - le violazioni al diritto d'autore, la pedofilia o le varianti della cyber-criminalità. A conferma del fatto che, pur a fronte di tecnologie di comunicazione globale rivoluzionarie, le questioni geografiche e soprattutto le dinamiche dei poteri politici localizzati rimangono comunque imprescindibili. Inevitabilmente, l'odierna internet frammentata e delimitata rivela la volontà (e necessità) dei governi statali di assumere maggior controllo. Ma non è solo, e non più, il regime autoritario cinese che usa la rete come strumento di controllo politico e auto-espansione economica. Com'era purtroppo prevedibile, perfino nelle società "più libere" gli interventi governativi vanno riverberando le tipiche imperfezioni del processo politico - censure e restrizioni incluse. Pur se nell'abbandono dell'illusione di un web senza confini «si è perso qualcosa, ma si è anche guadagnato parecchio», questi vizi non vanno affatto sottovalutati, sostiene Timothy Wu, docente alla Columbia Law School. «A volte certi ristretti gruppi di pressione approfittano di quelli meno preparati. Negli Stati Uniti è la legge Sonny Bono [il Copyright Term Extension Act che nel 1998 ha esteso di 20 anni il copyright, ndr] è stato esempio importante, avendo dato sostegno a un'industria discografica altamente organizzata e malata a spese del pubblico». Momento questo cruciale anche per aver segnato pubblicamente la rottura dell'equilibrio tra beni pubblici e controllo governativo su internet, come spiegava lo stesso Wu in un volume del 2006 (uscito in Italia come I padroni di Internet presso l'oramai defunta RgbMedia) in cui analizzava questo tipo di dinamiche, spesso ignote al grande pubblico. E che hanno continuato ad alimentare certe pratiche censorie, striscianti o meno, perfino in Nord America. «Pur se né Usa né Canada applicano diffusi filtraggi di internet a livello nazionale, in entrambi i Paesi la rete è ben lontana dall'essere 'non-regolamentata'», spiega un documento della OpenNet Initiative, partnership pluri-accademica basata presso il Berkman Center della Harvard University.
Ad esempio, in biblioteche e scuole statunitensi l'accesso rimane ampiamente penalizzato, con procedure mirate a quattro maggiori settori: moralità e tutela dei minori, sicurezza nazionale, proprietà intellettuale, sicurezza informatica. A similari restrizioni, il Canada aggiunge poi normative di taglio conservativo e generalizzato contro ogni forma di 'hate speech'. Invece in America Latina, con la notoria eccezione di Cuba, non sembra ancora aver preso piede il filtraggio tecnico, almeno in maniera sistematica. Ciò vale, secondo l'ultimo rapporto dell'istituto di ricerca Freedom House, particolarmente per Brasile e Cile (rispettivamente, con il 44% e il 26% dell'utenza dell'intero continente, che rimane però sotto l'8% a livello mondiale), dove il mercato del VoIP rimane tuttora non regolamentato.
Quadro destinato a mutare rapidamente, però, in parallelo alla maggiore penetrazione del digitale, con proposte legali restrittive già avviate a ricalcare quelle Nord Americane. E in Europa? Beh, come conferma lo stesso rapporto della OpenNet Initiative c'è poco da stare allegri: «In meno di 10 anni, l'internet europea è passata da un ambiente virtualmente aperto a quello odierno in cui il filtraggio è la norma piuttosto che l'eccezione, particolarmente nei Paesi parte della UE». Oltre alla 'tutela' di minori e copyright, va diffondendosi fra l'altro il ricorso, da parte dei provider, a immediate rimozioni dei contenuti contestati sotto la minaccia di costose azioni legali - pur con la notabile eccezione del Regno Unito. E ulteriori giri di vite, sotto forma di auto-regolamentazioni o specifici dispositivi, appaiono tutt'altro che improbabili. «Gli Stati Uniti, la Cina e l'Europa stanno usando i rispettivi poteri coercitivi per implementare visioni differenti di quel che potrà diventare Internet», scriveva in quel testo Timothy Wu. Vero. Eppure oggi le differenti visioni dell'Internet del futuro perseguite da questi "blocchi" vanno convergendo verso strategie comuni tese a maggior ingabbiamento e frammentazione. Superata giustamente la fase della cyber-euforia, stiamo forse cedendo alla tentazione opposta, quella del controllo diffuso? E cosa ne sarà della sbandierata salvaguardia della rete come bene pubblico?
Articolo pubblicato su Chips&Salsa/Il Manifesto dell'11 aprile 2009
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Mercoledì 15 aprile 2009 - 13:52 (506 giorni fa)
Argomenti trattati: censura, internet, copyright
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