Le mille e una piattaforma online della rete all news di Doha. Parla Moeed Ahmad, responsabile della divisione Nuovi Media: dalle licenze Creative Commons ai nuovi strumenti di storytelling (Twitter, Ushahidi).
Aprile 2003. La Seconda Guerra del Golfo è appena iniziata. Uno dei primi obiettivi centrati dalle «forze di liberazione» è il quartier generale di Al Jazeera a Baghdad. Durante l'attacco perde la vita il corrispondente Tariq Ayoub, mentre un operatore resta gravemente ferito. Laddove non erano arrivate le armi della diplomazia (l'emiro del Qatar, editore della tv satellitare, è un solido alleato militare degli Usa), sono arrivati gli aerei da caccia di George W. Bush.
Maggio 2003. Sui principali quotidiani americani compare un'inserzione pubblicitaria con gli uffici di Al Jazeera in fumo e uno slogan inequivocabile: «Dire la verità è difficile. Non dirla èmolto più difficile». Lo stile è quello delle campagne di culture-jamming (sabotaggio culturale) promosse da AdBusters, se non fosse che dietro non ci sono gruppi di media-attivisti occidentali, ma la stessa Al Jazeera. Una realtà che ormai va ben oltre il solo canale satellitare e che ha imparato a sapersi destreggiare con maestria nella «guerra dei segni» che ormai caratterizza il sistema globale dell'informazione. E non parliamo soltanto di tv.
E sì, perché se la guerra in Iraq ha fatto emergere tutte le sue potenzialità di emittente broadcast, il recente attacco israeliano a Gaza è stato il banco di prova in cui testare il ricco arsenale di strumenti grassroot (dal basso): due siti web con aggiornamenti a flusso continuo, aperti a ogni genere di contributo e servizio 2.0 (YouTube, Facebook, Twitter, Friendfeed, applicativi per iPhone, live chat, solo per citarne alcuni).
«Ad Al Jazeera la chiamiamo distribuzione distribuita: andare al di là del solo canale satellitare ed essere presenti su tutte le piattaforme», spiega al manifesto Moeed Ahmad, 29 anni e già responsabile della divisione New Media della rete qatariota. Insieme ad altri sei colleghi, Ahmad è il principale animatore di Al Jazeera Labs, il laboratorio in cui vengono sviluppate le nuove iniziative online. Come l'ultima partnership avviata con Creative Commons (CC), l'ente no-profit che promuove l'adozione di licenze più flessibili per la condivisione in rete. Dall'accordo è nato un archivio di filmati ad alta risoluzione a cui possono attingere gratis altre catene tv (durante la guerra a Gaza sono state utilizzate dal Tg3), oltre che i normali utenti per i loro mash-up.
Per ora l'archivio contiene solo immagini di Gaza. Quando chiediamo i motivi di questa scelta che si presta alle solite accuse di partigianeria (perché solo Gaza? e non gli attacchi di Hamas in Israele?), Moeed Ahmad la mette sul pragmatico: «Stavamo lavorando da tempo per rilasciare i nostri filmati sotto licenza CC. E la guerra a Gaza ci è sembrato il momento migliore, in quanto eravamo gli unici a disporre di immagini esclusive che documentavano la situazione dentro la Striscia».
Per massimizzare la propria visibilità, Al Jazeera non si risparmia su niente: da tempo è presente su una miriade di servizi di video online (le web-tv LiveStation e Zatoo, YouTube, Real Player, il sito dell'Independent) dove vengono rilanciati i notiziari e i documentari, rendendoli così accessibili ad un'audience globale. Un'apertura che sta portando i suoi frutti soprattutto nei momenti più caldi: «Durante la guerra a Gaza gli utenti sono aumentati del 500%. La maggior parte provenivano proprio dagli Stati Uniti», sottolinea Ahmad rivendicando la possibilità, in questo modo, di aggirare gli embarghi del segnale satellitare disposti in molti paesi (Usa compresi).
Ma nei Labs di Al Jazeera si stanno sperimentando anche tecniche giornalistiche più spinte. Sempre lo scorso inverno, i sei corrispondenti presenti nella Striscia di Gaza hanno fatto un ampio ricorso a Twitter, il servizio di microblogging che consente di postare messaggi di 140 battute dal cellulare. «L'utilizzo di Twitter a Gaza è stato molto positivo. Soprattutto per distribuire le ultime notizie. In pochi giorni abbiamo collezionato quasi 6000 followers (così si chiamano gli utenti che si abbonano al servizio, ndr). Non è un caso se la pagina di Twitter su AlJazeera.net sia stata quella più visitata in assoluto. Gli utenti vogliono essere informati in tempo reale con contenuti originali, ma questa nuova forma di micro-giornalismo richiede anche una maggiore contestualizzazione».
Come quella fornita attraverso Ushahidi, piattaforma open-source messa a punto da un gruppo di attivisti africani e riadattata dal team di AJ Labs per «mappare la guerra a Gaza». Ushahidi (termine che in swahili significa «testimone») permette di aggregare aggiornamenti in ogni formato (testo, video, immagini) su una mappa dinamica. Ma il punto forte della piattaforma è un altro: non solo i giornalisti, ma chiunque può inviare segnalazioni di eventi drammatici attraverso un Sms. «Considerata la situazione dei collegamenti telefonici a Gaza, non ci sono state molte denunce da parte dei cittadini locali. Anche perché c'è bisogno di pubblicizzare meglio (e prima) il numero a cui inviare i messaggi. Ma siamo comunque soddisfatti di questa sperimentazione. Perché permette di tenere insieme informazione in tempo reale, creazione di un archivio geolocalizzato e, soprattutto, la partecipazione da parte degli utenti. Che è poi il nostro obiettivo principale ora: trasformare il pubblico in un protagonista dell'informazione ». Parole che forse avrete sentito pronunciare da decine di manager tv nostrani. Con la differenza, però, che ad Al Jazeera sono già passati dalle parole ai fatti. Andando oltre il paravento del copyright e i dilemmi transitori («mi apro o non apro agli utenti?») che ancora attanagliano i colossi dell'informazione occidentali.
Fermo restando che cambiano gli strumenti ma la missione resta la stessa di quel manifesto del 2003: raccontare la verità sul campo, con tutti gli strumenti a disposizione, e facendo sempre emergere «l'opinione e l'opinione contraria». Per quanto pericoloso tutto ciò possa sembrare, niente (nemmeno i caccia statunitensi o i tabù di un mondo arabo in transizione) sembra poter fermare Al Jazeera.
Articolo pubblicato su Chips&Salsa/Il Manifesto del 7 marzo 2009
Martedì 10 marzo 2009 - 10:54 (368 giorni fa)
Argomenti trattati: televisione, Creative Commons, giornalismo
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