Lunga vita al copyright, almeno 95 anni per l'Ue

Non più 50 ma 95 anni di pagamento dei diritti per musicisti e performer. E' questa la nuova proposta fatta ieri da un commissario Ue che vuole uniformare la legislazione europea a quella americana.

Grazie all'estensione del copyright sir McCartney non rischierà una vecchiaia indigentePiù lungo, ancora più lungo potremmo dire, il periodo di durata del copyright musicale per musicisti e performer: questa è la proposta del Commissario Europeo Charlie McCreevy, che vuole uniformare la legislazione europea sul copyright a quella americana, adducendo essenzialmente due ragioni. Il primo motivo del copyright di 95 anni nasce dalla necessità di tutelare i molti artisti, anche minori, che, non avendo diritto alla pensione, si troverebbero senza alcuna tutela economica nella loro vecchiaia. E correlata alla prima motivazione è la seconda, che fa riferimento al picco di creatività degli artisti: secondo uno studio si situa infatti tra i 20 e i 30 anni, il che significa, considerata l'aspettativa media di vita, che un musicista o un cantante rischia di passare gli ultimi dieci/quindici anni della propria esistenza senza poter contare su alcuna entrata, vedendo disperdersi le proprie royalty.

McCreevy non parla solo di musicisti come Cliff Richards, che dal prossimo anno perderà le royalties della canzone Move it, o di Charles Aznavour, altro famosissimo "in scadenza", ma allude chiaramente ai tanti sconosciuti o semisconosciuti che hanno contribuito, più o meno silenziosamente, a tante opere d'arte. In realtà un'omonima proposta era già stata fatta in Inghilterra e il governo britannico aveva votato un secco no. Per l'industria discografica era stata una doccia fredda e in molti avevano deciso di far valere le ragioni del copyright che sfiora il secolo in sede europea. Tra i sostenitori della proposta di legge c'è anche Roger Daltrey, degli Who, la cui prima hit scadrà tra pochi anni.

L'idea di McCreevy è formulata in modo dettagliato e prevede addirittura una clausola "usalo o perdilo", esplicitamente rivolta alle case discografiche che non sono interessate a rilasciare nuove edizioni di una performance registrata: in questi casi, sostiene il commissario europeo, l'artista dovrebbe essere pienamente libero di proporre la propria creazione ad altri editori. Charlie McCreevy parla anche di prezzi, rassicurando tutti coloro che temono che questa estensione si possa tradurre in un aumento dei prezzi, e cita alcuni studi generici che dimostrano l'assenza di correlazione tra lunghezza della protezione e prezzo delle registrazioni musicali.

Attualmente in Italia il copyright musicale è di 70 anni e in America di 95, ma la legislazione mondiale è difforme non solo per quanto riguarda i tempi: c'è confusione tra quella che dovrebbe essere la decorrenza del copyright e in alcuni paesi si fa riferimento alla data di pubblicazione dell'opera, mentre in altri il conteggio inizia addirittura dalla morte dell'autore. La legge inoltre è talvolta sibillina e confonde esecuzione e creazione (ricordiamo che i compositori già beneficiano del diritto d'autore per tutta la vita, e 70 anni dopo la loro morte). Insomma, la matassa è ingarbugliata e la necessità di far ordine è molto sentita. Ma come ha dimostrato la decisione britannica è folto anche il fronte del no, rappresentato da Andrei Gowers, ex direttore del Financial Times: per lui e per quella fetta d'opinione pubblica che rappresenta, l'America non è un buon esempio in tema di proprietà intellettuale.

NOTIZIE Venerdì 15 febbraio 2008 - 12:25 (762 giorni fa)

Emanuela Di Pasqua

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Argomenti trattati: copyright, entertainment, Ue

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