Passino pure i colossi come Ibm, Novell e Sun Microsystem che si sono sempre mossi sul confine aperto-chiuso, restituendo però alla community montagne di codice aperto (i primi otto contributor di Linux sono dipendenti di grandi aziende; OpenOffice, popolare suite aperta, è sviluppato da Sun). Passino anche i nuovi arrivati sul web (come Google che sta promuovendo Android, piattaforma aperta per i cellulari). Ma quando alla lista si è aggiunta anche Microsoft è diventato chiaro che grande era la confusione sotto il cielo. «Microsoft non poteva continuare all'infinito da sola contro tutti. I suoi 1500 sviluppatori non riusciranno mai a competere con i 300.000 che nel mondo usano tecnologie aperte. La sua è stata una mossa obbligata, dietro a cui si nascondono certamente interessi commerciali», sottolinea Angelo Raffaele Meo, Ordinario di Sistemi di Elaborazione al Politecnico di Torino.
«Ma lo stesso discorso vale anche per Apple - rilancia Stefano Maffulli, supporting member della Free Software Foundation - Il colosso di Jobs da sempre utilizza il codice aperto per poi sviluppare programmi pieni di lucchetti e tutt'altro che liberi».
Eppure, ribaltando questo punto di vista, sono in molti a pensare che proprio grazie all'iniezione di capitali e alle strategie industriali dei grandi colossi, l'open source sia riuscito a diventare mainstream. «La cattedrale e il bazaar non sono due approcci incompatibili all'innovazione - spiega lo studioso Nicholas Carr - Le loro relazioni sono simbiotiche. Senza il bazaar, la cattedrale si muoverebbe troppo lentamente. Senza la cattedrale, il modello del bazaar mancherebbe di focus e disciplina». Un punto di vista condiviso anche da Roberto Galoppini, evangelizzatore dell'open-source commerciale: «L'attuale diffusione sarebbe impensabile se dietro non ci fossero i finanziamenti delle grandi compagnie». Con tutta la consapevolezza, però, che «senza le battaglie di personalità come Stallman non saremmo mai arrivati a sederci sulle spalle dei giganti».
Ma cosa è rimasto oggi della spinta etica di Richard Stallman e del movimento che ha contribuito a far crescere? Forse che nel momento in cui l'open ha vinto (almeno nella sua versione riformista), si è anche registrata la sconfitta dell'utopia free software? «I brevetti continuano ad essere utilizzati per imbrigliare il software libero. E la community di sviluppatori spesso non riesce a difendersi perché troppo disomogenea. Nella storia alla fine vincono sempre i più forti (le aziende), non chi ha ragione (Stallman)», afferma Angelo Raffaele Meo. Un pessimismo che però non trova d'accordo Maffulli: «C'è stata un'evoluzione, non una sconfitta. Certo, la figura del programmatore in barba e sandali, un po' santone un po' anti-capitalista, è stata rimpiazzata dall'informatico in giacca e cravatta assunto dalla grandi società per lavorare a progetti open. Gli ex hacker sono cresciuti, come è normale che sia. Ma sono ancora tante le battaglie da portare avanti per difendere le libertà degli utenti».
E proprio a questo livello, secondo Maffulli, si è registrato un importante salto culturale: «Prima c'era bisogno di informatici che, grazie alle loro competenze, mettessero in guardia dei rischi del software chiuso. Ora ci sono molte altre personalità e istituzioni a condurre queste battaglie. Si pensi a un Lawrence Lessig o alle azioni della Commissione Europea contro Microsoft e Google. Ma è soprattutto tra la base degli utenti che è cresciuta la sensibilità: i consumatori sono i primi a pretendere servizi senza lucchetti e ad apprezzare le alternative open. E in futuro lo saranno sempre di più». Come dire, oggi conosciamo ancora poche persone come Claudia. Ma in futuro saranno sempre di più. Ammesso che rimanga sempre qualcuno a metterci in guardia dai rischi di queste nuove creature ibride nate dal matrimonio tra open source commerciale e i vecchi lupi del mercato.
Articolo pubblicato su Chips&Salsa-Il Manifesto del 28 marzo 2009
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Lunedì 30 marzo 2009 - 13:45 (522 giorni fa) Pagina 2 di 2
Argomenti trattati: open source, free software, software, Richard Stallman, Linus Torvalds
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