Dopo il matrimonio tra open-source e colossi commerciali, la figura dell'hacker in barba e sandali, un po' santone un po' anti-capitalista, è stata rimpiazzata dal programmatore in giacca e cravatta. Ma cosa è rimasto dalla spinta etica di Stallman?
Ventiquattr'ore senza tecnologie proprietarie. Un'impresa che fino a qualche anno fa sarebbe riuscita solo a pochi smanettoni fanatici del software libero. Ora, invece, basta un minimo di impegno (e qualche piccola rinuncia) per lavorare, comunicare e divertirsi online senza vendere l'anima ai Faust delle licenze a pagamento e dei lucchetti digitali. Claudia, l'immaginaria ricercatrice che in queste pagine racconta la sua giornata a codice aperto, riesce a destreggiarsi tra Ubuntu, Firefox, OpenOffice e Ning, senza troppi problemi. Anzi, spesso guadagnandoci in sicurezza, privacy e interoperabilità.
Certo, forse il suo stile di vita digitale non è alla portata di chiunque, ma provate a dare un'occhiata ai programmi installati sul vostro computer e certamente ne troverete più di uno tra quelli utilizzati da Claudia.
In fondo, questa ipotetica giornata segnala una cosa: alla fine il movimento open source è riuscito a vincere la sua battaglia. Sono i numeri a dirlo. Secondo l'istituto di ricerca Gartner, otto programmi su dieci che gireranno nel 2012 sui nostri pc e telefonini saranno a sorgente aperta. Un boom che investirà soprattutto il mondo delle grandi aziende come rivelano gli ultimi dati Istat: il 12,2 delle imprese italiane utilizzano software non proprietario; dato che sale al 40% se si considerano le realtà con più di 250 dipendenti.
In una parola si sta lentamente sgretolando quel muro di Berlino che divideva il bazaar anarchico degli sviluppatori open dalle cattedrali capitaliste, per riprendere la metafora del libro di Eric Raymond La Cattedrale e il Bazaar che dieci anni fa ha fatto conoscere il mondo open-source ai non addetti ai lavori. Basti pensare che oggi, all'interno di Microsoft, esiste una struttura chiamata Open source technology center (Ostc), guidata da sviluppatori provenienti dal mondo open che lavora all'interoperabilità tra software a sorgente aperto e prodotti made in Redmond. Un'operazione impensabile solo 8 anni fa quando Steve Ballmer, amministratore delegato dell'azienda, definiva Linux, il più popolare sistema operativo open source, un «cancro».
Tutto questo successo arriva però ad un prezzo. Non si tratta di quella rivoluzione sognata dagli info-libertari della prima ora: la trasformazione avviene all'interno delle logiche di mercato. Se da una parte viene meno il modello delle licenze a pagamento, dall'altra è già fiorito un nuovo business miliardario con diversi colossi informatici (a cominciare da Ibm e Sun) che sviluppano servizi e consulenze per le aziende che hanno abbracciato i sistemi aperti.
Tanto che viene da chiedersi, nel mezzo di questo trionfo di pragmatismo commerciale, se ci sia ancora spazio per l'anima originaria del movimento, quella che pensa che "libero" (free) sia un aggettivo più significativo che "aperto" (open) e che guarda all'etica prima che ai soldi.
Una conferma di questa "separazione in casa" è arrivata la scorsa settimana dalla conferenza Libre Planet organizzata a Boston dalla Free Software Foundation (FSF), l'organizzazione che incarna l'anima pura e dura del movimento. Durante la due giorni è stata presentata una distribuzione di Linux Libre ripulita da codice proprietario, ma soprattutto si è parlato della necessità di trovare una nuova definizione di "software libero" in un mondo in cui tanti applicativi open non hanno più nulla di free (soprattutto a livello dei servizi web).
Non si tratta certo di una novità. Richard Stallman (il ricercatore del Mit che ha fondato la FSF), da tempo denuncia la sua distanza da chi, come Linus Torvalds (il padre di Linux, sistema operativo che ormai gira su gran parte dei server aziendali), non si preoccupa più di tanto delle strategie dei big dell'informatica che utilizzano codice aperto per poi realizzare sistemi chiusi. Questo conflitto è diventato esplicito di recente, quando la FSF ha rilasciato una licenza più restrittiva (la Gpl 3), che non è stata accettata da una parte del fronte dell'open source. A cominciare dallo stesso Torvalds che non intende applicarla a Linux in quanto limiterebbe molte delle sue applicazioni commerciali.
Lunedì 30 marzo 2009 - 13:45 (316 giorni fa)
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