I primogeniti sono più intelligenti, proclamano oltre 400 testate di tutto il mondo riprendendo un articolo della rivista Science. Ma è proprio così? Alle volte ciò che la società considera minore intelligenza altro non è che maggiore originalità.
Più di 400 testate al mondo hanno ripreso un articolo minore pubblicato venerdì scorso dalla rivista Science con cui due studiosi cercano di spiegare il fatto che il primo figlio di una famiglia risulti mediamente più intelligente del secondo. I dati statistici provengono dai registri dell'esercito norvegese che sottopone i giovani coscritti a test di intelligenza.
Dopo di che, tanti giornali si sono buttati a intervistare i fratelli minori di persone di successo. Pochi sembrano essersi data la pena di leggere il saggio originale. Vale la pena di ricordare che la misura dell'intelligenza attraverso il QI è da sempre assai discutibile perché le abilità intellettive sono difficili da definire e ogni «misura» lascia fuori qualcosa ed è comunque strettamente associata a una particolare idea di intelligenza, in una certa epoca e in un certo contesto.
Peraltro la differenza tra primi e secondi figli è di soli 2,3 punti, cioè assai bassa, ma, derivando da un campione di 250 mila giovani, viene considerata significativa. Nessuno poi si è interrogato su di un altro fenomeno che le statistiche hanno da tempo accertato: fino all'età di 12 anni sono i fratelli minori i più intelligenti, e solo dopo i primogeniti riportano punteggi più alti. Questo rovesciamento viene spiegato dagli studiosi suggerendo che i fratelli maggiori da un certo punto in poi si facciano carico dei minori, svolgendo un po' la funzione di tutori e maestri, il che ne accentuerebbe le capacità intellettive.
Gli autori stessi ammettono che solo di un'ipotesi si tratta anche se appare piuttosto sensata. Del resto per tradizione storica il primogenito è il destinatario di eredità, ruoli, fortune famigliari, e dunque su di lui i genitori esercitano particolari cure nel prepararlo alle responsabilità della vita. Gli altri figli, meno responsabilizzati, sono sovente più creativi, talora ribelli.
Lo farebbero anche per distinguersi dal primogenito, buttandosi su altri temi e interessi. Se questo è vero, allora tutto torna: il QI classico misura la normalità media, come la società attuale la definisce, e chi è un po' diverso, sia pure di 2,3 punti, viene considerato meno intelligente. Ma non c'è da preoccuparsi, meglio così.
INVECE Giovedì 28 giugno 2007 - 07:55 (992 giorni fa)
Argomenti trattati: intelligenza, QI
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