Il prezzo della nostra privacy

Il tariffario di Yahoo sugli account degli utenti, le dichiarazioni sprezzanti di Google su come tutelare la nostra riservatezza: quanto valgono le nostre informazioni online?

Sarà l'attacco frontale di Murdoch e degli editori, sta di fatto che Google sta accusando la pressione. Non si spiega altrimenti l'infelice frase uscita dalla bocca di Eric Schmidt, l'ad dell'azienda di Mountain View, in tema di privacy. Di fronte a una giornalista della CNBC che gli chiedeva se gli utenti potessero davvero fidarsi della grande G, il Ceo ha sbottato: "Se fate qualcosa che non volete venga risaputo, forse non dovreste farlo in prima battuta". Al di là della bacchettata moralizzatrice più consona a un predicatore del Midwest che all'amministratore delegato di un'azienda hi-tech della SiliconValley, quello che colpisce è l'idea di privacy che emerge, ormai fatta a brandelli, dalla definizione. Dunque, secondo Google, la riservatezza sulle proprie informazioni personali è necessaria solo per chi vive al confine della moralità o della legalità? Il capo della internet company più importante del mondo ci rifila la trita argomentazione da bar del tipo: "Di che ti preoccupi, se non hai nulla da nascondere"? Il motto aziendale ‘Don't Be Evil' (non fare male) viene così rigirato in direzione degli utenti?

Schmidt corregge quasi subito il tiro, motivando la sua affermazione: "Se davvero si ha bisogno di questo tipo di privacy, la realtà è che i motori di ricerca – incluso Google – trattengono queste informazioni per un certo periodo, ed è importante, per esempio, che tutti noi negli Usa siamo soggetti al Patriot Act, ed è possibile che tutta quell'informazione possa essere resa disponibile alle autorità".
Anche questa precisazione, comunque, presenta molti aspetti controversi. Soprattutto, Google non può permettersi di liquidare la discussione su un tema così delicato richiamandosi alla necessità di rendere conto al governo e alle leggi del Paese. Senza contare che, sui dati in possesso di Google, rimane un grosso equivoco di fondo. E cioè che la stragrande maggioranza degli utenti non sa quali sono queste informazioni, per quanto sono conservate, a chi e perché possono essere cedute, e come possono essere incrociate.

Malignamente, quelli di Gawker ricordano che Schmidt non mostrò la stessa noncuranza verso la violazione della privacy quando anni fa Cnet pubblicò alcune notizie sulla sua vita privata (tratte per altro da Google): per un anno l'amministratore delegato si rifiutò di parlare con i reporter della testata.
Ma il punto non sono tanto le convinzioni o le contraddizioni di Schmidt, quanto che tipo di politica della privacy Google intenda darsi. Proprio in questi ultimi mesi, ad esempio, Facebook sembra aver adottato un cambio di rotta, con la scelta di rendere più chiare le opzioni sulla riservatezza del social network. E tempo fa anche la stessa Google sembrava aver imboccato timidamente la strada di una maggior trasparenza tramite Google Dashboard.

Del resto, il clamore suscitato nei giorni scorsi dal tariffario di Yahoo relativo ai dati sugli utenti ceduti alle forze dell'ordine e alle agenzie investigative (si trattava di un documento riservato finito online) dimostra che quello della privacy è un campo di battaglia. Ed è interessante sapere che l'azienda di Sunnyvale non conserva una copia delle email a meno che l'utente non lo imposti espressamente nell'account; che non è in grado di cercare o riprodurre una email cancellata una volta rimossa dal cestino; che l'indirizzo IP da cui si logga un utente viene conservato per un anno; che i contenuti di Flickr sono cancellati del tutto non appena l'account è disattivato, e via dicendo. O che i dati sull'account di un utente possano costare, all'Fbi di turno, solo tra i 30 e i 40 dollari (si tratta di un rimborso, ovviamente). Molti lettori, di fronte alla notizia, erano sorpresi soprattutto dai prezzi, considerati troppo economici. E per voi, quanto vale la vostra privacy?

INVECE Mercoledì 09 dicembre 2009 - 14:20 (92 giorni fa)

Carola Frediani

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