Difesa e verdetto del processo ai ragazzi orma cresciuti della grande G. Il loro? Solo un nuovo modello di business. Ecco perché, in fondo, Google non è peggiore dei suoi concorrenti.
Indagini dell'antitrust Usa, accuse di comportamento da Grande Fratello virtuale, aperta ostilità da parte di alcuni settori di business che si sentono minacciati. E poi, ancora, timori per il cervello dei giovani e sospetti per un'affinità troppo elettiva con l'attuale Presidente Usa. A tutto questo si può aggiungere una crescente sensazione di fastidio davanti all'arroganza di chi sforna servizi a iosa senza preoccuparsi della loro sostenibilità economica (e del loro successo) solo per impedire la nascita di potenziali concorrenti.
Per qualsiasi azienda un simile elenco sarebbe abbastanza per far emergere qualche preoccupazione di pubbliche relazioni. Per Google, cresciuta all'insegna del motto «non fare del male» significa che il livello di allarme è decisamente sul rosso. La luna di miele con utenti e media sembra sul punto di finire a causa di una crescita straordinaria (21 miliardi di dollari di fatturato, 134 miliardi di capitalizzazione in borsa, 70% delle ricerche internet globali) e dell'ambizione a espandersi in qualsiasi campo riescano ad arrivare i suoi spider (i software che analizzano il contenuto della rete e permettono a Google di indicizzare il web).
La conferma che il momento è complesso è arrivata il mese scorso. Google ha messo in piedi una campagna in grande stile rivolta a consulenti, giornalisti, politici e professori universitari. Obiettivo: convincere decisori e opinon makers che la società non è un pericolo per l'innovazione né tanto meno sta nascendo un nuovo monopolista perché in rete il prossimo concorrente è sempre a portata di clic ed è ancora piccola rispetto ad altri colossi hi-tech: Microsoft, Ibm, At&t e Verizon – recita la linea difensiva - hanno fatturati (e profitti) dalle tre alle quattro volte superiori a quelli del motore di ricerca.
Sulla stessa lunghezza d'onda ecumenica si esprime Marco Pancini, European Policy Counsel di Google. «Google – spiega ad Alias - non rappresenta un pericolo per i business già affermati. Quello che proponiamo sono nuovi modelli di business che possono aiutare alcuni settori "vecchi". Già oggi con la nostra piattaforma pubblicitaria forniamo milioni di dollari agli editori». Per i libri, poi, non si tratta di fare concorrenza a business consolidati. «L'obiettivo di un programma come Google Books non è distruggere il diritto d'autore ma fornire a editori e autori una piattaforma alternativa per distribuire i loro prodotti». Quanto alternativa lo deciderà l'antitrust Usa che ha appena deciso di vederci più chiaro avviando un'indagine conoscitiva.
Lungo questa linea Google relativizza anche le accuse di monopolio sul fronte della pubblicità: se si tiene presente l'insieme della torta delle inserzioni su tutti i media, negli Usa il motore ha meno del 3% del totale. In Italia ancora meno. «Siamo un'azienda giovane che opera in un business giovane; in Italia la pubblicità online – spiega Pancini – fattura 847 milioni contro i 3 miliardi della stampa e i 6 della tv. Qui da noi siamo attivi da pochissimo e dunque parlare di monopolio è assurdo. Anche perché in rete le cose cambiano velocemente: 3 anni chi avrebbe previsto il successo di Facebook?».
Sull'accusa di essere un Grande Fratello virtuale, infine, Google fa notare che il fulcro su cui si basano le informazioni raccolte dal motore, l'indirizzo Ip (il numero identificativo delle connessioni), non sempre può essere considerato un dato personale: «Un indirizzo Ip può essere utilizzato da più persone. A noi quello che interessa non è nome e cognome di chi usa quel computer ma, per esempio, se parla italiano o francese. Diverso è il caso di un utente registrato: lì c'è una scheda anagrafica regolata da precisi termini di servizio dietro consenso».
Queste rassicurazioni però non hanno impedito alle associazioni per la privacy di esprimere preoccupazione quando Google ha lanciato il suo programma di pubblicità personalizzata in grado di restituire inserzioni sulla base dei comportamenti online dell'utente. Il sistema si fonda su un cookie (letteralmente: biscotto), un piccolo file che si deposita nel nostro Pc e raccoglie informazioni sulle navigazioni. Come tutti i concorrenti, d'altronde, Google si è guardata bene dal chiedere preventivamente (opt-in, nel gergo del marketing) il permesso di installare il biscottino nei Pc. Un' eventuale richiesta preventiva di consenso, ha detto Christine Chen di Google, andrebbe nientemeno che «contro il modello economico di internet».
Una risposta che, se non altro, ha il pregio della sincerità: definisce il limite su cui si scontrano le buone intenzioni e ci rivela cosa è diventata Google oggi. L'ambizione morale può andare fin che si è piccoli e simpatici ma non quando si diventa un gorilla da 300 chili con un fatturato pari al Pil della Costa d'Avorio. Quando si raggiungono certe dimensioni non fare del male diventa difficile, e nessuna campagna di rassicurazione può convincere del contrario. Forse è questo quello che voleva dire nel 2006 Esther Dyson, grande dama della tecnologia Usa, quando scrisse: «E' triste. I ragazzi stanno crescendo. Hanno perso giovinezza e innocenza. Ora devono cominciare a comportarsi da adulti e giocare, almeno in parte, secondo le regole dei grandi».
E, a pensarci bene, questa perdita delle verginità va salutata con favore. Senza l'aura etica Google si rivela per quello che è: una straordinaria azienda capace di riscrivere le regole del web ma pur sempre dedita alla massimizzazione del profitto e in grado, per le sue dimensioni, di sedurre gli utenti e di piegare le istituzioni verso i propri interessi.
Insomma, anche Google può fare (tanto) male. Anche se questo non la rende peggiore dei suoi concorrenti. Anzi, nelle pieghe della competizione capitalistica, e con molteplici contraddizioni, su alcune questioni importanti resta a volte una sponda per chi si batte per una rete più democratica. Le prese di posizione a favore della neutralità della rete e contro le conseguenze per il web della legge sulle intercettazioni sono lì a dimostrarlo.
Articolo pubblicato su Chips&Salsa-Il Manifesto del 20 giugno 2009
Lunedì 22 giugno 2009 - 09:57 (262 giorni fa)
Argomenti trattati: Google
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